Storia

La lettera che spinse Seiko a costruire un orologio per gli abissi

Il Seiko “Tuna” non nasce da una riunione di marketing né dalla voglia di rispolverare un modello del passato. Nasce da una lamentela: quella di un professionista che aveva bisogno di un orologio capace di restare uno strumento quando gli orologi normali smettevano di esserlo.

Orologio professionale per immersioni in saturazione Seiko SBBN007 con protezione esterna.
Il Seiko SBBN007, un diver professionale successivo che conserva la caratteristica architettura protettiva della famiglia Tuna. Fotografia di Francis Flinch. Pubblico dominio. · Wikimedia Commons

Una lettera dal lavoro vero

Nel 1968 a Seiko arrivò una lettera tutt’altro che celebrativa. L’aveva scritta Yo Oshima, un sommozzatore professionista di Hiroshima impegnato in operazioni che potevano avvicinarsi ai 350 metri. Il senso era chiarissimo: gli orologi subacquei disponibili non erano all’altezza del lavoro che lui faceva.

A quelle profondità il problema non era soltanto sopportare una certa pressione. La saturazione significava trascorrere lunghi periodi in ambienti pressurizzati ricchi di elio. L’orologio doveva rimanere leggibile, resistere agli urti, funzionare con i guanti, non impigliarsi e superare la decompressione. Un diver poteva sembrare robusto in vetrina e rivelarsi inadatto appena entrava nel mondo per cui era stato teoricamente progettato.

Seiko decise di non limitarsi a irrobustire ciò che già possedeva. Taro Tanaka, figura centrale del design dell’azienda, guidò un progetto che ripartì dalle fondamenta. Il team andò a Kure, parlò con i professionisti e osservò il loro lavoro. È qui che comincia davvero la forma del Tuna: prima di disegnare, capire.

Sette anni per dimenticare le regole

La risposta arrivò nel 1975 con il Professional Diver’s 600m. A guardarlo sembrava quasi eccessivo: cassa monoblocco in titanio, protezione esterna, vetro profondamente incassato, corona a ore quattro, lunetta protetta e cinturino in poliuretano a soffietto, studiato per seguire le variazioni di spessore della muta.

Ogni elemento risolveva qualcosa. Il titanio univa robustezza, leggerezza e resistenza alla corrosione. La cassa monoblocco eliminava un possibile punto d’ingresso. La protezione esterna assorbiva gli urti diretti. La corona restava meno esposta. Perfino il cinturino, così particolare, rispondeva a un fatto semplice: il neoprene si comprime in profondità e quindi la misura al polso cambia durante l’immersione.

L’elio impose una scelta ancora più radicale. Invece di accettare che il gas entrasse nella cassa e pensare soltanto a come farlo uscire durante la decompressione, Seiko puntò a limitarne drasticamente l’ingresso. Test successivi con JAMSTEC mostrarono che il Professional Diver’s 600m poteva risultare fino a dieci volte meno permeabile all’elio rispetto ad altri orologi di confronto. Non era una soluzione aggiunta all’orologio: era il modo stesso in cui l’orologio era costruito.

Quando il mare diventa il laboratorio

Seicento metri sulla scheda tecnica facevano impressione. Ma agli ingegneri interessava capire cosa ci fosse oltre. Nel 1983 due Professional Diver’s 600m furono fissati all’esterno del sommergibile Shinkai 2000 di JAMSTEC. Scesero fino a 1.062 metri, ben oltre la profondità nominale, e tornarono con leggibilità, precisione e struttura esterna intatte.

Nel 2014 Seiko tornò negli abissi con JAMSTEC e il KAIKO 7000II. Un Tuna al quarzo si fermò a 3.284 metri. L’automatico SBDX011 continuò fino a 4.299 metri. Non erano profondità promesse al cliente: erano il risultato di quella curiosità ingegneristica che, dopo aver costruito qualcosa di estremo, vuole inevitabilmente sapere quanto estremo sia davvero.

La funzione che, quasi per caso, diventa icona

Il soprannome “Tuna” nasce dalla forma che ricorda una scatoletta di tonno. Quello che poteva essere uno scherzo è diventato un nome di culto. Ed è perfetto così: l’orologio non ha mai cercato la bellezza convenzionale. Il suo fascino arriva quando si capisce perché ogni sporgenza, rientranza e protezione esiste.

È questo il cuore della storia. Il Tuna non nasce dalla volontà di essere riconoscibile. Nasce da un sommozzatore che scrive a Seiko dicendo che gli strumenti disponibili non bastano. Sette anni dopo, la risposta è un orologio strano proprio perché il problema, e non la moda, ne ha disegnato la forma.

Molti orologi vengono progettati per diventare icone. Il Tuna ha fatto il percorso opposto: prima doveva sopravvivere. L’icona è arrivata dopo.

Fonti e riferimenti

  1. Seiko Museum Ginza — Professional Diver’s 600m development story
  2. Seiko Museum Ginza — Professional Diver 600m collection record
  3. Seiko Prospex — Evolution of Seiko Diver’s Watches